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GIAPPONE

Alcuni elementi dell’ estetica giapponese

Il Giappone è la quintessenza dell’estetica. Basta considerare, per citare un solo esempio, che attraverso la classe guerriera dei samurai i giapponesi sono arrivati addirittura all’elaborazione di una vera e propria etica ed estetica della morte. L’estetica contempla anche il giudizio, e con esso il condizionamento che inevitabilmente comporta.

Il capolavoro dell’estetica orientale si può ammirare osservando la bandiera del Giappone: un cerchio rosso in campo bianco. Un unico elemento, un’unità in uno spazio. E’ la perfezione assoluta. E’ un canone artistico. Infatti più il design si avvicina a questa purezza, a questo rapporto, tanto più è riuscito. Per cercare di penetrare l’essenza del Giappone bisogna sforzarsi di arrivare a questa idea, che è un’idea unitaria.

Nelle arti e nel quotidiano c’è tutto il Giappone, in quel singolarissimo miscuglio di naturalezza e di artificio che è la contraddizione risolta da cui discende il canone estetico di questo Paese.

Lo Shinto (“Via degli dei”) è definibile come un “politeismo naturalistico”, in quanto gran parte delle divinità da esso coltivate non è che una vasta gamma di elementi e di forze della natura. Questa centralità della natura nella formazione culturale e religiosa del Giappone tradizionale è in parte spiegabile con il fatto che da sempre l’esistenza degli abitanti delle isole che formano questo paese è stata dominata, in ogni suo aspetto e in ogni suo momento, dalla potenza delle forze naturali: acqua e fuoco, prima ancora di essere presenti come tranquilli elementi negli usi della vita quotidiana, si sono imposti nei loro aspetti dinamici più devastanti.

Nonostante gli aspetti più distruttivi della natura, questa non è mai stata vista come nemica, come minaccia da dominare, ma, come sfondoineluttabile che condiziona ogni fase della vita umana. Espressione dell’im­portanza attribuita alla natura dallo Shinto, al punto da renderla sacra, è il toni,portale a due stipiti e due architravi sovrapposti che non è accorpato all’edificio del tempio, ma posto nelle sue vicinanze per segnalare i limiti dello spazio sacro: questo spazio non è solo quello dell’area dove sorge il tempio, ma anche la porzione di paesaggio (terra, acqua, cielo) incorniciata dal perimetro del toni. In tal modo, chi si reca al tempio, ancor prima di considerare la sacralità dell’edificio, è indotto a cogliere quella della natura: la natura, infatti, è il vero e il primo tempio a cui il toni invita ed introduce.

Un altro aspetto molto importante, che ha avuto notevole rilievo lungo l’intera storia culturale del Giappone, è l’attenzione che la religione shintoista prevede e coltiva nei confronti di alcuni oggetti di uso comune, come spade, specchi, gioielli, rami d’albero, etc.: questi, infatti, sono ritenuti sede di tama, ossia di un insieme di spiriti vitali, che possono determinare in senso positivo o negativo lo stato di salute di chi li possiede o li usa.

Ancora oggi, quando viene espresso un giudizio estetico su un’opera d’arte o anche su un oggetto di uso comune, su una pietra da giardino, etc. è da ritenersi molto probabile che questo sia ancora determinato, in modo non trascurabile, da un interesse di ascendenza religiosa.

Gli insegnamenti originari del Buddha, giunti in Giappone verso la metà del VI secolo, pur venendo arricchiti da molti elementi del Buddhismo cinese provenienti soprattutto dalle Scuole hua yen (giapp.: kegon), tian tai (giapp.: tendai), chen yen (giapp.: shingon) e chan (giapp.: zen), continuarono a tener presenti e a coltivare due idee fondamentali: quella dell’insostanzialità (anatta; giapp.: multa), e quella dell’impermanenza (anicca, giapp.: mujo) di ogni cosa e di ogni evento.

La prima diede origine alla considerazione importante sia per le procedure della creazione artistica, sia per le modalità della contemplazione estetica, in base alla quale non vi è nulla che sia isolato, autonomo, indipendente: ogni realtà è interdipendente da ogni altra, in modo da formare una rete di elementi “senza ostruzione”.Ne deriva l’importanza assolutamente centrale attribuita, oltre che alle cose e alle loro forme in sé, ai loro rapporti.Un esempio per illustrare questa centralità della relazione può essere rappresentato dal rapporto interno/esterno nella casa tradizionale, la quale non è mai un blocco monolitico, costituito da pareti compatte, circondato, quasi assediato, dallo spazio naturale del giardino circostante, ma è uno spazio apribile, delimitato da sottili pareti mobiliche lasciano entrare e scorrere gli spazi e le prospettive del giardino che, di conseguenza diviene anche penetrante, dinamico all’interno della casa.

La seconda idea diede origine alla considerazione, ancora più importante, in base alla quale ogni cosa, come ogni forma, vale non perché permane, ma perché scompare o si trasforma. Di qui il culto per ogni aspetto e forma della vita che indica il passare: famoso a questo proposito l’evento – assurto a vera e propria estetica in epoca Heian – dello sbocciare e del cadere dei fiori di ciliegio; ovvero l’attenzione profusa in Genji Monogatari nel descrivere i giardini delle quattro stagioni e le sensazioni che le loro trasformazioni suscitano.  

E’ nella cerimonia del tè che si concentra una sintesi di oggetti e di situazioni che offrono occasioni di riflettere sull’impermanenza del mondo e dell’esistenza: la capanna (sukiya) in cui si svolge la cerimonia è  al pari di quella descritta dall’eremita Kamono Chomei – di legno, di bambù e di paglia, tutti materiali altamente effimeri, di cui sono fatti anche i mestoli, i cucchiai e i frullini; le ciotole, specie se realizzate con la tecnica raku, evidenziano i segni lasciati dal lavoro del ceramista, mostrano le colature di colore e non nascondono eventuali irregolarità, così come avviene per il tronco verticaleche delimita lo spazio d’angolo (tokonoma) dove viene esposta una calligrafia o viene posto un ikebana o un bonsai: èun tronco scortecciato ma lasciato grezzo, sulla cui superficie vengono lasciati tutti i segni del tempo.

Tutti questi oggetti godono di quella qualità (sabi),assai difficile da definire, ma che si può intendere come semplicità, senso di vissuto, spontaneità. Il primo e.il terzo significato rinviano ad un’altra qualità appartenente a simili oggetti i cui materiali sono lasciati il più possibile allo stato grezzo: èla qualità shibui, che richiama il sapore amabile ma asciutto, dolce ma anche aspro, dei frutti kaki. Le qualità sabi e shibui non appartengono solo a cose e ad oggetti: sono proprie anche di chi sa coglierle, evidenziarle e gustarle. Esse valgonosia in senso oggettivo che in senso soggettivo. In entrambi questi sensi esse possono funzionare anche come qualità etiche,in quanto il costante esercitare l’attenzione a cose che posseggono sabi e shibui puòprodurre azioni povere di aspetto, ma ricche di significati; semplici, ma importanti; sobrie, ma efficaci.

Oltre agli utensili presenti nella cerimonia del tè (chanoyu), anche i gesti di chi prepara e di chi degusta il tè sono volti ad ottenere la massima attenzione ai minimi dettagli sia spaziali che temporali, in modo che le qualità di “insostanzialità” e “impermanenza” possano venire colte e vissute in pieno. Quando viene fatta girare la tazza con il tè per la degustazione, ci troviamo di fronte ad un complesso di operazioni la cui esecuzione è prevista svolgersi con un ritmo lento, proprio per permettere all’attenzione di soffermarsi sui singoli momenti, sui minimi particolari: per esempio, sostenere la base della ciotola col palmo della mano sinistra, e un suo lato con la mano destra; bere lentamente un sorso di tè; berne un altro sorso; pulire la tazza sul punto in cui si è bevuto; farla ruotare e passarla all’ospite successivo, sono tutte operazioni attente al divenire di ogni loro fase, e tutte fondate su una dinamica di interrelazioneche viene evidenziato nell’atto di bere, a turno, dalla medesima ciotola.

Anche per i gesti presenti in questo rituale,vale la considerazione per la quale l’esercizio estetico non è disgiunto dall’importanza della formazione etica: l’esercizio che coltiva l’attenzione e il rispetto per le forme degli oggetti e per i tempi degli eventi può essere preliminare, contemporaneo o conseguente, ma è sempre congiunto alle pratiche che coltivano l’attenzione e il rispetto per gli spazi degli altri soggetti e per i tempi dei loro movimenti.

Quello che vale per la cerimonia del tè può esser fatto valere per qualsiasi arte intesa in senso specifico, per ogni disciplina e  per ogni mestiere: ogni azione umana, infatti, può essere eseguita come momento di una “via di realizzazione” (do), per cui la sua bellezza non si esaurisce nella per­fezione formale, ma  si accompagna alla perfezione etica.

É chiaro, allora, che la dimensione di semplice passatempo in cui troppo frequentemente vengono ridimensionate le arti tradizionali è propria solo di quei giapponesi che stanno dimenticando le loro migliori tradizioni, così come la curiosità superficiale è retaggio soltanto di quegli occidentali che usano queste tradizioni esc1usivamenie per esibizionismo esotico.

Ogni minimo particolare è il risultato di cura, accortezza ed estremo gusto: pareti e steccati per recinzioni, al pari delle superfici più varie, come un letto di foglie autunnali d’acero, i fiori cosparsi su un giardino di muschio, le tegole di ceramica smaltata, la ghiaia rastrellata, il bambù intrecciato, sono tra le tante tessiture visive del paesaggio che lasciano il visitatore occidentale stupito.

Ogni elemento della casa, dai materiali di costruzione ai colori, dalle tessiture ai rapporti dei piccoli e grandi spazi fino alla minuziosa disposizione degli oggetti comuni, viene accuratamente progettato e valutato in modo che ogni angolo visuale risulti piacevole ed esteticamente valido.

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