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GIAPPONE. LA VIA DELLA BELLEZZA – 2

Incontro fra Oriente ed Occidente

Sono molteplici i segnali di un’interfaccia che assomiglia sempre di più ad una simbiosi, fra Oriente e Occidente. Da Oriente a Occidente, un flusso di comportamenti ancora in corso sanciscono una nuova cultura.

Da una parte l’Est del Buddhismo Zen, dall’altra l’Ovest del post-moderno e delle società ad alta tecnologia. Mode e modelli di un sincretismo mondiale dove non c’è contiguità, ma interdipendenza. Si parla di cross culture. Non una semplice commistione, ma l’incrocio gametico di due mondi diversi, viluppo di culture estranee, capace di generare una cultura “altra”, né orientale né occidentale: meticcia.

Da dove arriva questa nuova estetica frutto di un connubio? Il viaggio esotico è stato per almeno un decennio uno status symbol irrinunciabile; l’Occidente si sta orientalizzando, l’Oriente si sta occidentalizzando. La fusione è cominciata. Si allenta il confine Est-Ovest con morbido sincretismo, si parla di “Occidente Estremo”, di nuovi flussi, di nuovi colonialismi culturali. Volti e modelli asiatici, arredamenti post-Zen, ideogrammi, moda di taglio cinese: l’ispirazione viene dall’Oriente.

Alla fine del XX secolo l’Oriente si impone nuovamente come polo di seduzione e di desiderio per gli occidentali, ma non è l’Oriente vagheggiato dagli europei alla fine dello scorso secolo. Oggi esso rappresenta uno specchio deformato di noi stessi, una sorta di Occidente Estremo dove però rimane viva l’immagine del Giappone come orizzonte dell’esotico, fatto di geishe, ikebana e bonsai, cerimonia del tè e crisantemi. E’ il simulacro dell’Oriente, dove la seduzione è determinata dall’”alterità” esotica, ma anche dalla vicinanza distopica, dal ribaltamento delle coordinate di Estremo Oriente in Estremo Occidente.

Dai sushi bar di “Blade Runner” (il film cult di Ridley Scott che si apre con una scena che proietta lo spettatore in un futuro dominato da immagini dell’Oriente, in un paesaggio metropolitano che è una Los Angeles dagli occhi a mandorla), al culto dei manga, le coordinate di Oriente e Occidente tendono ormai a confondersi e sovrapporsi. Entrambe queste facce generano interesse, seduzione, desiderio.

L’osservazione dei prodotti dell’arte orientale ci permette di seguire l’evoluzione della cultura e dell’arte giapponese nella sua insolita e interessante molteplicità. Questa varietà è dovuta innanzitutto all’influenza culturale esercitata sul Giappone da altri Paesi (in particolare modo dalla Cina e dalla Corea) così che gradualmente gli permise di sviluppare una strordinaria civiltà ricca di caratteri originali.

Una peculiarità del popolo giapponese è infatti la capacità di assimilare il nuovo per poi trasformarlo e renderlo autonomo e di conformare il proprio ritmo di vita a quello della natura, considerata come entità vivente con la quale rapportarsi in armonia. Questi elementi diventano l’importante chiave per comprendere la genesi e l’evoluzione dell’arte giapponese nei secoli. Bisogna conoscere la complessa cultura che caratterizza parte della storia del Giappone, durante il quale i Samurai (bushi), in origine soldati mercenari dell’Imperatore, divennero poi classe militare protettiva e garante del potere degli shogun grandi feudatari che controllavano anche l’amministrazione della corte imperiale e determinano le scelte artistiche e culturali.

La fine del XV secolo vide la scomparsa quasi totale dei vecchi feudatari che porterà all’unificazione del Giappone (1603-1868) e ad un periodo di grande sviluppo artistico imposto dal dominante clan dei Tokugawa. A differenza della cultura della Corte imperiale e dell’aristocrazia, caratterizzata da una sofisticata eleganza, i Samurai attribuivano grande importanza alla spiritualità senza orpelli, pratica e rigorosa eppure di estrema astrazione e raffinatezza che già caratterizzava il loro modo di vivere.

Così ebbe origine una nuova cultura, unica nel suo genere, denominata Shitsuijitsu Goken (sobrio e austero). Questo loro spirito si manifestò in modo profondo nell’arte e nell’artigianato, costituendo un elemento fondamentale della cultura giapponese. Possiamo così ammirare gli straordinari paraventi che si usavano per dividere gli ambienti della Corte e degli antichi manieri con temi ispirati dalla natura, dai paesaggi, da capolavori letterari realizzati con inchiostri a china e colori su sontuosi fondi e foglie d’oro.

Come appare anche nei kakemono (pitture da appendere) dipinte ad inchiostro e colore tenue su carta, e raffiguranti sereni attimi della natura. Gli astucci da scrivere, gli Inro (piccoli contenitori da appendere ai chimono), i mobiletti, le coppe in preziosa e aristocratica lacca nera o rosso vermiglio, arricchita con oro, argento, piombo e frammenti di madreperla. Le sobrie, sofisticatissime tazze da tè, le porcellane e le ceramiche che ornavano le mense dei più importanti personaggi e dei capi samurai.

Il mondo, sotto la pressione dell’attivismo della civiltà occidentale, va rapidamente superando i limiti in cui si era storicamente organizzata. Popoli, nazioni, raggruppamenti sociali, tendono a costituire rapporti sempre più intimi e concreti.

L’incontro di popoli e civiltà diverse è prima di tutto uno scontro che obbliga ciascuna delle parti a misurare e raccogliere le proprie forze, a organizzarsi più intimamente e solidalmente, utilizzando anche energie sopite e non sufficientemente valutate, ed a divenire quindi un complesso spiritualmente più unitario.

Bisogna che emerga un principio più alto che sia sintesi e non somma degli elementi precedenti, e nello stesso tempo comprenda in sé il germe degli sviluppi futuri. In arte e nel pensiero filosofico ciò appare più facilmente evidente poiché ogni grande artista o pensatore è grande perché riassume un ciclo passato e si proietta nel futuro.

Mentre si svolge un processo creativo di tutta una nuova vita sociale nella civiltà occidentale, questa viene a trovarsi necessariamente in un nuovo contatto con la civiltà dell’Oriente. Nuovo contatto, perché il primo è avvenuto al principio dell’800 sul piano ideologico dell’intellettualismo filosofico e religioso. Furono le prime traduzioni dei Veda, degli Upanishad e dei testi buddhisti che permisero a un esiguo numero di pensatori di sentire la grandezza spirituale di quel mondo che poi i movimenti teosofici avvicinarono a più vasti gruppi. Si costituirono allora le più seducenti utopie di ricostruzioni idealistiche del mondo il quale, naturalmente, è andato per la sua strada, fatta di elaborazione creativa.

Ben più concreto è il contatto che ora sta per formarsi, per intrinseca necessità del sorgere di una nuova civiltà. Infatti ogni civiltà non può essere tale se non è retta da una visione universale, che cioè comprenda tutto il processo di sviluppo della coscienza umana e quindi tenda a inglobare e orientare entro una più grande sintesi le manifestazioni dei diversi popoli e individui.

Se accostiamo il mondo orientale a quello occidentale rileviamo subito che i due orientamenti che formano il substrato delle due civiltà sono nettamente antitetici: l’Oriente è tutto rivolto verso l’interiorità (una psicologia introvertita, come direbbe Jung) e infatti l’orientale ne ha tutte le caratteristiche. Da ciò proviene quel senso di pacificazione, di rifugio che l’occidentale avverte quando è in contatto con l’Oriente, specialmente quello antico, quando si sente sopraffatto dall’attivismo della nostra civiltà. Ne deriva un’aspirazione verso un mondo che da quella saggezza tragga l’orientamento, un mondo costituito da tensioni interiori in cui l’universo fenomenico viene sempre più riconosciuto come vana apparenza (Maia), come illusoria concatenazione di cause ed effetti (karma). Perciò negazione di ogni valore per i risultati dell’azione, generatrice del dolore.

Ne deriva un pessimismo assoluto verso la vita e conseguentemente un’ascesa che conduca al riassorbimento di tutta la manifestazione, all’estinzione del molteplice fenomenico (nirvana).

Verso una simile posizione l’attivismo occidentale non possiede risposte. Rifiuta di prendere in considerazione il problema, partendo dall’affermazione dell’evidente esistenza di un mondo esterno che deve essere conosciuto allo scopo di conquistarlo a favore delle finalità immediate che l’uomo si pone.

L’orientale possiede il suo sorriso filosofeggiante, ma di fronte alle conquiste della scienza, alla possibilità di un maggiore benessere materiale, finisce per permettere che in lui sorgano nuovi e rinnovati bisogni e viene quindi preso nel vortice dell’organizzazione da cui non potrà più liberarsi, ma di cui sentirà sempre la costrizione.

Tuttavia non è possibile stabilire un rapporto di effettivo equilibrio tra questi due mondi. Finché i due orientamenti sono visti opposti, non sussiste possibilità di un equilibrio effettivo.

La grandezza della vita spirituale orientale ci appare in tutta la sua dimensione perché rappresenta, nella forma in cui possiamo conoscerla, un ciclo concluso attraverso un’elaborazione millenaria di infinite coscienze. L’occidente moderno è invece all’inizio del suo ciclo. Tutti i nuovi cicli di sviluppo della coscienza sociale e individuale per individuarsi e definirsi iniziano con una separazione dal ciclo precedente e quindi originano da una negazione dei vecchi valori.

L’orientamento occidentale moderno, dominato dalla scienza, ha affermato che esiste una realtà costituita da un universo materiale che l’uomo poteva e doveva conquistare. Ha affermato una fede ottimistica nell’avvenire, concepito come continuo progresso, respingendo aprioristicamente le domande fondamentali: come può esistere una realtà che non sia atto di conoscenza? E la nostra conoscenza è reale, cioè ha un valore oggettivo?

D’altra parte la scienza giunta ai limiti dell’analisi del mondo cosiddetto materiale, ha constatato il dissolversi della materia nei processi logici della mente. Ne è derivata l’epistemologia e la dottrina della relatività che sono giunte alla conclusione sempre più chiara che non è possibile l’esistenza di un universo senza una coscienza che lo determini. Ma quando alcuni scienziati tentano disperatamente di ricostruire un orientamento spirituale partendo dai dati della scienza, si trovano chiusi in un vicolo cieco e, mentre le premesse sembrano illuminanti, le conclusioni deludono.

Ecco l’Oriente che ci viene incontro per richiamarci all’orientamento della vera ricerca che non può essere compiuta sezionando la coscienza in aspetti diversi, ma partendo da essa come esperienza sostanziale e fondamentale in cui gli aspetti razionale, morale, estetico, sociale, religioso ecc. si fondono in un’unica struttura, come tante dimensioni. Riconoscendo così in noi l’orientamento dell’Oriente (introvertito) e dell’Occidente (estrovertito) come due polarità, noi arriveremo all’imperativo: “Conosci te stesso e realizza te stesso”. Questa conoscenza e realizzazione trovano la loro obbiettivazione, cioè la loro realtà, nel fatto che lo sviluppo della coscienza individuale non può avvenire che entro l’umanità, stabilendo dei rapporti sempre più intimi e completi di comprensione e comunicazione. Il mondo allora ritorna reale in Occidente, ma ne resta dissolta la sua materialità in Oriente.

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