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ciliegio ramo su tetto andreagni

La Didattica e il Bonsai

I vantaggi di un programma e di un metodo didattico concordato credo siano palesi. L’insegnamento del bonsai, dal punto di vista metodologico, si pone in maniera diversa rispetto ad altre discipline poiché una forma d’arte difficilmente si adatta a schemi formali e precostituiti.

Nel caso specifico dell’insegnamento del bonsai non si può applicare un’ipotesi teoretica che si caratterizzi attraverso una metodologia univoca: è necessario ricorrere ad un concetto di multidisciplinarietà non intesa però come barriera-limite fra le varie materie; nel corso del mio discorso emergerà la necessità appunto di una multidisciplinarietà intesa come transdisciplinarietà.

Nella tradizione didattica universitaria, la teoretica indica la pertinenza ai fondamenti dottrinali della scienza, ma, nel nostro caso, le metodologie da adottare sono due, e ben distinte:

  • la prima, di carattere tradizionale, riguarda le materie scientifiche e di tecnica;
  • la seconda riguarda le materie concettuali come la filosofia del bonsai, l’estetica, la percezione visiva, il disegno.

Insomma, l’educazione artistica vista nel contesto dello sviluppo totale dell’allievo.

A questo punto focalizzerei il problema su il cosa e il come insegnare, anche attraverso la “carta stampata” e, trattandosi di Art Education, va affrontato pure il dilemma se sia possibile insegnare l’arte, quindi l’educazione alla creatività. Da questo contesto mi sento di escludere i social per vari motivi di contenuti e validità, malgrado la loro grande diffusione, che per la facilità di trasmissione e di contenuti può risultare spesso poco attendibile (per chi scrive avendo scarse conoscenze ed esperienze) e quindi danneggiare il bonsai stesso.

Si suole affermare che in arte ciò che si impara e si insegna è il mero mestiere e non l’arte stessa. Ma questa opinione perde vigore non appena si osservi che quando si sostiene che l’arte si impara non si vuole certo dire che basta mettersi a scuola per impararla, ma soltanto che l’impara chi sa impararla e che se qualcuno giunge ad essere artista ha certamente imparato a diventarlo. Giustamente si direbbe che nel bonsai l’insegnamento è decisamente “operativo”: il maestro non insegna con l’impartire nozioni teoriche ma “facendo fare” e l’allievo non impara nel senso di accrescere un patrimonio di cultura, ma “facendo” e operando. Nel bonsai non si è allievi se non si opera. Chi opera, anzi, è precisamente l’allievo. E il maestro insegna non soltanto facendo fare ma soprattutto curando che l’allievo faccia e operi da sé. Eppure queste osservazioni, non bastano a spiegare come il maestro possa insegnare e l’allievo imparare. Gioverà ricordare che, sebbene sia vero che nel bonsai l’insegnamento non è nozionale ma operativo, non si può disconoscere che il “fare” non esclude un certo “sapere”, il quale deve sempre tradursi in sapere fare. Il maestro non intende per nulla ridurre il suo insegnamento ad una precettistica normativa o ad un apprendimento dottrinale, ma la base di conoscenze non superficiali è strumento indispensabile.

Il maestro guida gli interventi dell’allievo senza violarli e ne guida la mano senza sostituirglisi, e il suo intervento è tanto più efficace quanto più rispetta, anzi preserva, anzi esige l’insostituibile singolarità e l’irripetibile autonomia dell’intervento dell’allievo. Il maestro, senza rinunciare al proprio modo di formare, opera come dovrebbe operare l’allievo secondo le esigenze della sua pianta, e l’allievo, mentre riconosce che quell’intervento non è altro ciò che lui stesso deve fare, vi ravvisa sempre la mano del maestro. Solo a queste condizioni il maestro insegna e l’allievo impara.

L’edificio educativo che consente l’articolazione dell’arte bonsai è animato da alcune aree, fra le quali farei risaltare la filosofia, l’educazione visiva e l’estetica. Quello che specificamente occorre è appunto un più esteso insegnamento estetico, non un numero maggiore di librettini esoterici sul bonsai che non soddisfano nessuna conoscenza. Occorre attuare una battaglia convincente in favore innanzitutto del pensiero visuale, svolta su base del tutto generale.

Il mondo in cui si risvegliano i sensi non è un luogo facilmente comprensibile. Prenderò come esempio il groviglio di un albero. Comprendere un albero equivale a comprendere che la sua struttura è organizzata attorno all’asse verticale del tronco, da cui si estendono in ogni direzione i rami. Una gerarchia di membri sempre più piccoli porta dalla robusta colonna centrale del fusto ai ramoscelli, alle foglie, ai fiori. Questa struttura, però, è lungi dall’essere evidente a prima vista. Scoprirla richiede lo straordinario acume di analisi del senso della visione. Sappiamo dai disegni dei bambini che tale analisi viene realizzata già nei primi anni di vita. I primi disegni di alberi, lungi dall’essere tentativi di imitazione meccanica, testimoniano l’impresa molto più intelligente dell’afferrare visivamente la struttura di base della pianta e poi del tradurre tale struttura nel tipo di pattern formale.

L’istruttore si trova di fronte al compito di insegnare “tecniche” e anche in questo caso deve prima considerare attentamente come preservare il valore fondamentale dell’attività artistica.

Fare un bonsai costituisce un’espressione creativa che esprime emozioni e viene prodotta mediante stati emotivi. Nasce dai sentimenti e comunica sentimenti. Ora, nell’uso comune, termini come emozione e sentimento non godono di una grande considerazione. Quando parlo di emozione nel creare un bonsai, intendo un miscuglio di tre componenti:

un atto cognitivo (la pianta)

uno sforzo motivazionale determinato

dalla cognizione (creare un Bonsai)

un eccitamento causato da entrambi

LE CARATTERISTICHE DI UN BUON INSEGNANTE

  •  E’ un amante del bonsai
    •  Ha un ottimo patrimonio nozionistico del bonsai
    •  E’ ben preparato per quanto riguarda l’orticoltura
    •  Ha solide motivazioni per l’apprendimento
    •  Ha esperienza e capacità organizzative nell’insegnamento
    •  E’ un ottimo comunicatore
    •  Ha capacità di trattare con i differenti livelli di preparazione degli allievi
    •  E’ sempre in grado di supportare gli allievi
    •  E’ capace di incanalare i commenti e le critiche su piani positivi
    •  Sa recepire i suggerimenti che gli arrivano
    •  E’ aperto alle critiche degli altri insegnanti sulle metodologie di insegnamento
    •  E’ consapevole dell’importanza di ripetere sovente le regole di base in una forma quanto più possibile persuasiva
    •  Lavora costantemente sulle regole e le teorie di base aggiungendovi ed elaborando i concetti
    •  E’ sempre pronto e disposto ad aiutare gli allievi meno preparati
    •  E’ sempre pronto e capace di ammettere i limiti dell’insegnamento
    •  Sa sempre trovare risposte a domande difficili
    •  E’ consapevole della limitata capacità degli allievi ad apprendere nuove nozioni.

La domanda alla quale tentiamo di rispondere è: come insegnare e come? Un’altra risposta di tipo destabilizzante è: non vi sono standard di correttezza o di eccellenza da soddisfare e nessuna regola a cui obbedire. Perché solo questa libertà trasforma l’apprendimento da esercizio meccanico in sviluppo delle proprie capacità, dando così la possibilità di operare in un modo congeniale alle proprie inclinazioni.

Si deve capire che l’arte del bonsai non può rivendicare alcun privilegio quanto a metodi didattici scontati o quanto schematizzati. Un buon insegnamento porta ad un buon apprendimento se alimenta e vivifica gli impulsi spontanei che sono latenti nell’allievo.

I diversi ambiti disciplinari che attendono al bonsai devono essere avviati da istruttori diversi; una simile integrazione di esperienza e di conoscenza farà sì che le relazioni esistenti tra ciò che viene esposto devono essere scoperte dall’allievo stesso. Qui si attua il passaggio dalla multidisciplinarietà alla transdisciplinarietà cui facevo riferimento inizialmente.

Superfluo dire che il sistema didattico che ho abbozzato come apprendimento del bonsai è un’immagine ideale, fino ad ora raramente realizzata. E’ pure ovvio che quanto ho detto si riferisce ad un apprendimento che si consegue ad un livello verso cui gli anni di esperienza ascendono solo gradualmente.

L’arte del bonsai, inizialmente unità inseparabile ma vaga di abilità e di conoscenze minime, si scinde nel tempo in aree di competenza che valorizzano speciali abilità e realizzazioni. In questo mio intervento ho cercato di chiarire che la creazione artistica di un bonsai è in larga misura una questione di intuizione, e che l’affinamento dell’intuizione è il contributo principale che la didattica deve dare alla formazione di un bonsaista. Ripeto ancora la domanda che ci si pone: l’arte si può insegnare?

Qualunque omaggio voglia fare all’intuizione, lo devo fare per mezzo di un’argomentazione intellettuale. Similmente, parte della didattica si deve svolgere in modo verbale poiché l’esperienza manuale va integrata con il sapere preso da altre aree di studio.

Da qui l’affermazione che l’arte del bonsai non si può insegnare in maniera tradizionale, col rischio di mettere in pericolo la spontaneità creativa, poiché alcune regole e spiegazioni possono diventare fattore di disturbo nel corso del lavoro pratico, interferendo con la libertà delle scelte intuitive dell’allievo.

Nel bonsai, il migliore insegnante non è colui che dispensa tutto ciò che sa, o che nega tutto ciò che potrebbe dare, ma colui che – col buon senso delle proprie competenze – osserva, valuta e aiuta, quando l’aiuto è necessario.

Credo che ogni bonsaista si sia continuamente domandato quando una pianta può essere considerata “un bonsai”. Questa domanda fu rivolta molti anni addietro, in occasione di un incontro avvenuto in Germania, a Saburo Kato, che com’è noto, è il più famoso discendente di una famiglia che coltiva da generazioni bonsai ad Omyia e allora presidente della Nippon Bonsai Association. Egli dette una risposta evasiva, se vogliamo, molto “giapponese”; fece però una distinzione importante. Kato, infatti, distinse le piante coltivate per puro diletto personale da quelle che sono presentate alle mostre come piante pregiate. Mentre per le prime tutto è permesso, le seconde devono trasmettere l’apparenza di un albero vetusto (ciò che gli americani definiscono “treeness”). Sempre in quella occasione Kato disse che noi occidentali dovevamo trovare nuove ed originali forme, guardando la natura che ci circonda e non ricalcare all’infinito i modelli giapponesi.

Mentre le tecniche sono talmente varie da essere quasi infinite, i risultati, i validi risultati, sono praticamente gli stessi: con l’eccezione che in Italia e in Sud Africa è stata usata la base dell’olivo, su cui sono stati ricostruiti il tronco ed i rami, per dare l’illusione che questi nascessero da una roccia.

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